Non ho più parole oggi, non ho più parole,
come un fantasma mi aggiro tra la pioggia,
non spavento neanche le vecchiette con sussurri all’orecchio,
non parlo oggi, semplicemente non parlo.
Respiro pioggia, erba bagnata tra le automobili,
respiro gas di scarico, inquinamento tra le nuvole.
Non vivo oggi, non vivo,
non mi sento in grado di chiedere energie alla vita,
respiro lo so, ma questo non significa che io sia vivo,
vivere è un'altra cosa.
I pensieri si attorcigliano oggi,
slegano ogni senso compiuto capace di trasformarsi in frase,
vortici con uncini si aggrappano alle tempie,
tirano e scuotono, tuonano e pulsano.
Bagliori di luce disturbano i miei occhi stanchi
che cercano invano le tenebre,
cercano invano il riposo.
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Non sapranno mai, queste bellezze da vignette,
questi prodotti avariati, nati da un secolo cialtrone, questi piedi da stivaletti, queste dita da nacchere, soddisfare un cuore come il mio. Lascio a Gavarni, poeta di clorosi, il suo gregge Quel che ci vuole per questo cuore profondo come o sei tu, grande Notte, nata da Michelangelo, che
torci quetamente, in una strana posa, le tue forme fatte per la bocca dei Titani.
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Toglimi il pane, se vuoi,
toglimi l'aria, ma
non togliermi il tuo sorriso.
Non togliermi la rosa,
la lancia che sgrani,
l'acqua che d'improvviso
scoppia nella tua gioia,
la repentina onda
d'argento che ti nasce.
Dura è la mia lotta e torno
con gli occhi stanchi,
a volte, d'aver visto
la terra che non cambia,
ma entrando il tuo sorriso
sale al cielo cercandomi
ed apre per me tutte
le porte della vita.
Amor mio, nell'ora
più oscura sgrana
il tuo sorriso, e se d'improvviso
vedi che il mio sangue macchia
le pietre della strada,
ridi, perché il tuo riso
sarà per le mie mani
come una spada fresca.
Vicino al mare, d'autunno,
il tuo riso deve innalzare
la sua cascata di spuma,
e in primavera, amore,
voglio il tuo riso come
il fiore che attendevo,
il fiore azzurro, la rosa
della mia patria sonora.


E nella notte nera come il nulla,
a un tratto, col fragor d'arduo dirupo
che frana, il tuono rimbombò di schianto:
rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo,
e tacque, e poi rimareggiò rinfranto,
e poi vanì. Soave allora un canto
s'udì di madre, e il moto di una culla.
-Giovanni Pascoli-